Che vuol dire seguire la propria natura?

Nel Ramayana, magnifica epica indiana, Ravana è un asura anzi il principe degli asusa, il prototipo dell’essere ottenebrato. Ad un certo punto della storia, rispondendo alle pertinenti obiezioni di un suo consigliere, Ravana afferma: «potrei anche spezzarmi ma non mi inchinerò mai! Questa è la mia natura, anche se forse è un difetto». In un certo qual modo, Ravana si rende conto che dovrebbe seguire i buoni suggerimenti del proprio consigliere, egli infatti non prova nemmeno a ribattere alle sue argomentazioni ma, semplicemente, dichiara di dover seguire la sua natura. 

Ma è giusto o sbagliato seguire la propria natura? Mi capita spesso, confrontandomi con alcuni insegnati di yoga, di discutere di questo argomento. Molti di questi insegnati spronano i propri allievi a seguire l’istinto, le emozioni, il cosiddetto “sentire” perché, asseriscono, quella sarebbe la parte più vera di noi stessi, contrapposta alla parte cosiddetta “mentale” che è presentata sempre con un’accezione del tutto negativa, come condizionata da artificiali sovrastrutture che ci inibiscono il contatto con la nostra natura.

Dove sta l’equivoco ce lo dice lo Srimad Bhagavatam, sicuramente il più importante dei Purana, quando afferma (VI.1,53): «Lo sciocco essere incarnato, incapace di controllare i sensi e la mente, è costretto ad agire secondo le influenze della natura materiale e contro il suo stesso desiderio». 

Il sanscrito è sicuramente la lingua più ricca ed idonea per affrontare questioni attinenti alla spiritualità e noi traduciamo con “natura” due termini che in sanscrito hanno significa diversissimi, quasi opposti. Prakriti, la natura materiale, e svarupa, letteralmente sva-, propria, e -rupa, forma, ovvero la nostra natura spirituale. Gli esseri viventi, jiva, sperimentano tantissime forme, quelle vegetali, quelle animali, quelle umane, ma nessuna di quelle forme è la loro “propria forma” che è invece la svarupa. 

Quando un testo tradizionale o un Maestro autorevole invitano a “seguire o a riscoprire la propria natura” possiamo star certi che ci si sta riferendo alla svarupa e non alla prakriti. Molti, non conoscendo la svarupa e conoscendo invece benissimo la prakriti, fraintendono quei testi e quei Maestri e, spesso in assoluta buona fede, sbagliano direzione convintissimi di essere in un percorso evolutivo.

Tornando al verso citato dello Srimad Bhagavatam si parla di “controllare i sensi e la mente”, i sensi sono quella cosa che ci accumuna agli animali, così come gli istinti, i sensi fanno integralmente parte della prakriti, come è più della mente. In pratica affidarsi all’istinto per sfuggire a ciò che è “mentale” per cercare la propria natura spirituale, svarupa, è come saltare dalla padella alla brace. La natura dell’istinto è ancora più prakritica di quella della mente.

Tutto lo yoga, in realtà, insegna ad affrancarsi dalla prakriti non a seguirla. Il nostro carattere, le nostre passioni, le nostre tendenze non fanno assolutamente parte della nostra vera natura, la svarupa, fanno parte integrante della prakriti. La nostra svarupa è già eterna e perfetta eppure noi, esseri incarnati, siamo ben lungi dall’essere perfetti. E allora il nostro compito non può essere quello di assecondare la nostra natura prakritica, o guna-karma, ma il nostro compito è quello di impegnarsi a modellarla, migliorarla, evolverla, trasformare le emozioni da distruttive a costruttive, il carattere da ottenebrato a luminoso, le tendenze da involutive ad evolutive. Con le parole di Marco Ferrini “diventare la migliore versione di noi stessi”.

Del resto, in base alla legge del karma, la si prenda anche come metafora, se il nostro scopo fosse stato quello di vivere alla giornata senza nessuna programmazione, allora saremmo nati in forma vegetale. Gli alberi non possono sceglie quando mettersi all’ombra e quando godere del sole, né sceglie quando abbeverarsi o quando non farlo, vivono in balia di condizioni sulle quali non hanno alcun controllo.

Se il nostro scopo fosse stato quello di vivere alla seguendo l’istinto saremmo nati ragni o lupi o in un’altra forma animale che gode di sensi e di istinto enormemente più sviluppati dei nostri.

Se siamo nati in forma umana il minimo che possiamo fare è usare la mente, che è la caratteristica che contraddistingue la nostra forma materiale, per fare scelte che, passo dopo passo, ci portino non a seguire non la prakriti ma a riscoprire la svarupa.

Scegliere con la mente, pur condizionata, non è quindi un male ed sicuramente preferibile all’istinto, alle emozioni o alle passioni. Bisogna naturalmente vedere cosa si sceglie e qui che ci viene in soccorso la sadhana, la disciplina, e il dharma, le norme del retto comportamento. 

E qui un altro grosso pregiudizio che affligge molti aspiranti spiritualisti secondo cui le regole sarebbero una limitazione della libertà originaria da riconquistare, il kaivalya. Ma le regole, il dharma, e la disciplina, la sadhana, sono invece imprescindibili per quel fine. Non è un caso se il secondo libro degli Yoga Sutra di Patanjiali sia dedicato alla sadhana e solo l’ultimo al kaivalya. 

Vero è che, oltre alla sadhana e al dharma, magari, a volte, ci può venire anche in soccorso una intuizione, ammesso che sappiamo riconoscerla e distinguerla da un istinto. 

Le intuizioni vanno seguite, purtroppo però l’istinto, le passioni, le tendenze non ci abbandonano mai, mentre l’intuito fa capolino più o meno raramente a seconda del proprio grado di evoluzione. Spessissimo, infatti, pecchiamo di superbia e presunzione quando siamo convinti di aver avuto un’intuizione da seguire e invece siamo solo vittime di un istinto camuffato. Sotto questo punto di vista, chi non si sente realizzato, e affrancato dalla tirannide dei sensi e della mente, farebbe sicuramente bene a seguire la sadhana e il dharma piuttosto che un intuito incerto visto che, in ogni caso, l’intuizione, se è vera, sarà sempre in accordo al dharma e condurrà certamente nella stessa direzione in cui conduce la sadhana. Nei testi tradizionali, infatti, è detto che anche il liberato, muktha, sebbene non ne abbia più bisogno continua a seguire il dharma e la sadhana, non l’abbandona sebbene potrebbe. Figuriamoci se un non-liberato può anche solo pensare di vivere senza regole e senza disciplina.

Se mi è concessa un’ultima immagine, noi siamo come naviganti su una barca a vela. Abbiamo una certa barca che avrà certe vele e che sarà costruita in un certo modo tale per cui prediligerà alcune andature piuttosto che altre. La barca è il nostro corpo umano mentre i venti, il moto ondoso, le correnti e tutti gli agenti che ne possono condizionare il moto sono gli eventi in cui ci troviamo immersi. Quale che sia la barca che ha a disposizione e quali che siano le condizioni che si trova ad affrontare, sarà sempre il buon navigante che dovrà dare la direzione, non potrà delegare questa scelta alla barca o al vento, perché una barca a cui non si da una direzione, a dire il vero, non è neanche una barca ma è solo un corpo galleggiante.

Giovanni Fulci

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