Vai al contenuto principale

Ente di Formazione Accreditato MIM ai sensi della direttiva 170/16

Ente di Formazione Accreditato MIM ai sensi della direttiva 170/16

Kali Yuga e il potere delle storie: perché studiare oggi le Scienze Tradizionali dell'India

(Prima Parte)

Una domanda che non possiamo più rimandare

Ogni giorno la cronaca ci consegna episodi di violenza che fino a pochi anni fa avremmo giudicato impensabili: aggressioni tra ragazzi poco più che bambini, brutalità riprese con il telefono e diffuse come trofei, parole che feriscono prima ancora dei gesti. Ci indigniamo, invochiamo pene più severe, poi passiamo alla notizia successiva.

Raramente ci chiediamo da dove venga tutto questo. Eppure, la violenza non nasce in strada. Nasce molto prima, nei pensieri e nei desideri che l'hanno resa possibile; e questi, a loro volta, si formano anche attraverso ciò di cui la mente si nutre.

È una diagnosi che i rishi, i saggi veggenti dell'India antica, formularono millenni fa con una precisione che ancora oggi sorprende. La tradizione la colloca nel contesto di un'epoca ben precisa: Kali Yuga.

Kali Yuga: ciò che i rishi avevano visto

Secondo la cosmologia dei Purana, il tempo scorre in cicli di quattro ere, nelle quali il dharma, l'ordine che sostiene la vita, va progressivamente riducendosi. Kali Yuga è l'ultima: l'era della discordia e dell'ipocrisia.

La cronologia tradizionale ne fissa l'inizio nel 3102 a.C., collegandolo alla dipartita di Krishna da questo mondo dopo gli eventi narrati nel Mahabharata, e ne indica la durata complessiva in 432.000 anni. Ne sono trascorsi poco più di cinquemila: siamo ai primi giorni di un lungo inverno.

Lo Shrimad Bhagavatam ne descrive i sintomi nel dodicesimo canto: giorno dopo giorno diminuiscono dharma, veridicità, purezza, tolleranza, compassione, durata della vita, forza e memoria; la ricchezza diventa il criterio per giudicare il valore di una persona e la giustizia finisce per dipendere dalla forza (Shrimad Bhagavatam 12.2.1–2).

Nel primo canto, il dharma è raffigurato come un toro che nell'era della verità poggiava su quattro zampe — austerità, purezza, compassione e veridicità — e che nell'era di Kali si regge ormai su una sola (Shrimad Bhagavatam 1.17.24–25).

Il re Parikshit sorprende Kali, la personificazione di quest'era, mentre aggredisce il toro e la terra, raffigurati come un toro e una mucca, e leva la spada per punirlo. Kali si arrende e chiede un luogo in cui poter vivere. Parikshit, che non colpisce chi si è arreso, gli concede di risiedere soltanto dove dominano il gioco d'azzardo, l'intossicazione, la sessualità illecita e l'uccisione degli animali; successivamente gli assegna anche l'oro, con ciò che porta con sé: falsità, avidità, inimicizia e brama (Shrimad Bhagavatam 1.17.38–39).

È difficile leggere questo elenco senza riconoscervi molti dei contenuti che riempiono i nostri schermi.

Anche il Mahabharata, nel Vana Parva, mette sulle labbra del saggio Markandeya una lunga descrizione del futuro Kali Yuga: uomini con falsa reputazione di sapienza oscureranno la verità; diminuiranno conoscenza e discernimento; cresceranno avidità, collera e conflitto; i rapporti tra padri e figli si deterioreranno, i maestri verranno disprezzati e gli esseri umani cesseranno progressivamente di fidarsi gli uni degli altri.

Non si tratta, però, di fatalismo. I rishi descrivono la malattia come fa un buon medico: per indicare la cura.

Lo stesso Shrimad Bhagavatam afferma infatti che Kali Yuga, pur essendo un oceano di difetti, possiede una grande qualità: attraverso il kirtana, il canto e la glorificazione del nome di Krishna, l'essere umano può liberarsi dai condizionamenti e orientarsi verso la dimensione spirituale (Shrimad Bhagavatam 12.3.51).

Questo insegnamento appartiene naturalmente alla specifica tradizione spirituale nella quale il Bhagavatam nasce, ma il principio che esprime può essere compreso in una prospettiva più universale. Se ciò su cui posiamo ripetutamente l'attenzione plasma la nostra mente, orientarla verso ciò che riteniamo sacro, elevante e trascendente può trasformare progressivamente la qualità della nostra coscienza. Il canto dei nomi divini nella tradizione vaishnava, la preghiera nelle tradizioni cristiane, il ricordo di Dio e la ripetizione dei Suoi nomi in altre vie spirituali esprimono, pur nelle loro profonde differenze teologiche, un'intuizione comune: la parola, il ricordo e la contemplazione possono diventare strumenti di raccoglimento, purificazione interiore e orientamento verso il Divino.

Non si tratta dunque di sovrapporre tradizioni differenti, né di chiedere a chi legge di aderire a una particolare forma religiosa. Si tratta piuttosto di riconoscere un principio: la mente non può evitare di nutrirsi; possiamo però scegliere di che cosa nutrirla e verso quale realtà orientarla.

In questa stessa prospettiva, nella Bhagavad-gita Krishna afferma che quando il dharma declina e l'adharma prevale, Egli si manifesta per proteggere coloro che vivono nella rettitudine e ristabilire il dharma (Bhagavad-gita 4.7–8).

Anche qui, al di là della specifica formulazione teologica, emerge un'idea che attraversa molte tradizioni sapienziali: quando l'ordine morale viene oscurato, l'essere umano è chiamato a ritrovare un principio più alto al quale orientare la propria vita.

La conoscenza che risana, dunque, non appartiene soltanto al passato. È sempre disponibile. Sta a noi cercarla, riconoscerla e renderla viva.

Le tre S e l'ipnosi collettiva

Nel secondo capitolo della Bhagavad-gita, Krishna descrive ad Arjuna, in due soli versi, l'anatomia di ogni caduta.

Contemplando continuamente gli oggetti dei sensi si sviluppa attaccamento; dall'attaccamento nasce il desiderio e dal desiderio frustrato la collera. Dalla collera nasce la confusione, dalla confusione lo smarrimento della memoria; quando la memoria si smarrisce, viene meno la capacità discriminativa dell'intelligenza e, perduta quella, l'essere umano cade (Bhagavad-gita 2.62–63).

Tutto comincia da ciò su cui posiamo l'attenzione.

Chiediamoci allora che cosa contempliamo, tutti, a ogni età.

Nessuno è immune dai condizionamenti prodotti da ciò che osserva ripetutamente: né i giovani, né gli adulti, né gli anziani. I media e le piattaforme digitali, quando sono governati esclusivamente dalla ricerca dell'attenzione, possono trasformarsi in potenti strumenti di condizionamento collettivo.

Reality che premiano l'esibizione e l'umiliazione, video costruiti per provocare reazioni immediate, narrazioni in cui il criminale diventa un modello di successo: contenuti spesso imperniati sulle tre S — soldi, sangue e sesso.

Poi ci chiediamo perché la violenza possa diventare attraente perfino per ragazzi giovanissimi.

Le cause di fenomeni come le baby gang sono molteplici — familiari, sociali, educative, economiche — e sarebbe semplicistico ridurle a una sola. Ma non possiamo neppure ignorare l'ambiente simbolico nel quale i ragazzi crescono. Se il violento che vince viene continuamente proposto come modello, la violenza rischia di diventare normale, desiderabile, imitabile.

La Chandogya Upanishad lo afferma al culmine dell'insegnamento che il saggio Sanatkumara impartisce a Narada (7.26.2):

ahara-shuddhau sattva-shuddhih, sattva-shuddhau dhruva smritih:

«Quando il nutrimento è puro, la mente si purifica; quando la mente è pura, la memoria diventa salda».

E quando la memoria diventa salda, prosegue il testo, i nodi interiori si sciolgono.

È il percorso inverso rispetto a quello descritto poco prima nella Bhagavad-gita: là la memoria si perdeva, mentre qui viene ritrovata.

La tradizione esegetica ha interpretato ahara, nutrimento, non soltanto come ciò che mangiamo, ma anche come ciò che introduciamo nella nostra esperienza attraverso i sensi: immagini, suoni, parole, impressioni.

Ciò che assimiliamo influenza i desideri; i desideri orientano i pensieri; i pensieri contribuiscono a formare le azioni; e le azioni producono conseguenze che ricadono su di noi e su coloro che ci stanno accanto.

Nella prospettiva della Bhagavad-gita, la coscienza attesta la presenza dell'anima; ma quando la mente e la buddhi, l'intelligenza discriminativa, vengono offuscate dai condizionamenti, si indebolisce la capacità di distinguere e di orientare correttamente l'azione.

Anche l'Occidente ha intuito qualcosa di simile.

I prigionieri della caverna di Platone scambiano per realtà le ombre proiettate sul fondo e non sanno di essere incatenati. Pasolini, negli anni Settanta, denunciò l'omologazione culturale prodotta dalla società dei consumi e vide nella televisione uno dei suoi strumenti più potenti.

Oggi le ombre sono diventate più luminose e la caverna la portiamo in tasca.

Il potere di una storia

Se le immagini possono condizionare e ferire la mente, altre immagini possono educarla, orientarla e risanarla.

I maestri dell'India lo sapevano, e per questo molti degli insegnamenti più profondi ci sono stati trasmessi attraverso il racconto.

Una storia crea immagini interiori, fa vivere emozioni, imprime nella memoria concetti che un'esposizione puramente astratta potrebbe lasciare scivolare via. La differenza sta nella qualità di ciò che evoca.

La tradizione distingue tre qualità della natura, i guna: tamas oscura e intorpidisce, rajas agita e accende la brama, sattva rischiara, armonizza e pacifica.

Molti dei contenuti di cui siamo quotidianamente bombardati alimentano soprattutto agitazione e torpore. Le narrazioni sapienziali educano invece il discernimento e possono coltivare sattva.

Il Mahabharata non nasconde nulla delle bassezze umane. Nella partita a dadi vediamo l'invidia di Duryodhana trascinare un'intera dinastia verso la rovina e, nell'umiliazione di Draupadi, il silenzio colpevole di coloro che avrebbero potuto parlare e non lo fecero.

Ma lo stesso poema ci conduce anche alle vette più alte.

Yudhishthira, giunto alle soglie del cielo, rifiuta di entrarvi se per farlo deve abbandonare il cane che lo ha seguito fedelmente lungo tutto il cammino. Solo allora scopre che quel cane era il Dharma in persona, venuto a metterlo alla prova.

In un altro celebre episodio, presso un lago, Yudhishthira viene interrogato da uno yaksha, uno degli esseri sovrumani che la tradizione indiana pone spesso in relazione con la natura e rappresenta come custodi di acque, foreste e tesori. Alla domanda su quale sia la meraviglia più grande, Yudhishthira risponde che ogni giorno innumerevoli esseri vanno incontro alla morte, e tuttavia coloro che rimangono vivono come se dovessero essere immortali.

Al termine della prova, quello yaksha rivela la propria vera identità: è Dharma, il signore della giustizia e dell'ordine morale, che nel Mahabharata si rivela essere il padre di Yudhishthira.

Queste immagini, una volta accolte, possono continuare a lavorare dentro di noi per anni.

Platone, nella Repubblica, raccomanda di esercitare la massima cura sui racconti destinati ai bambini, perché proprio nell'età più tenera l'anima è maggiormente plasmabile (Repubblica II, 377a–c).

Aristotele riconosce alla tragedia la capacità di produrre, attraverso pietà e paura, una catharsis delle emozioni (Poetica 6, 1449b).

Jung individuerà nei miti e nelle fiabe alcune delle forme attraverso le quali le immagini archetipiche dell'inconscio collettivo si manifestano e diventano accessibili alla coscienza.

Oriente e Occidente si incontrano così su un punto decisivo: la poesia, la filosofia, il mito, la storia e l'arte possono educare l'essere umano nella sua interezza.

Ci ricordano le sue cadute. E, guardandoci intorno, potremmo credere di aver già toccato il fondo.

Ma, se assumiamo la prospettiva tradizionale dei rishi, siamo appena all'inizio di Kali Yuga.

Allo stesso tempo, le grandi narrazioni ci ricordano le altezze che l'essere umano ha raggiunto e può ancora raggiungere.

Sono proprio queste altezze che rischiamo di dimenticare quando la cultura si limita a riprodurre modelli di consumo, competizione, violenza e successo esteriore.

E quando perdiamo di vista ciò che l'essere umano può diventare, perdiamo anche l'orientamento.

[Continua nella seconda parte]

Barbara Frigerio
Vice Coordinatrice Dip. Scienze Tradizionali dell'India

Copyright © Centro Studi Bhaktivedanta, tutti i diritti sono riservati. P.IVA 01636650507 C.F. 90021780508
Informativa su privacy e cookies