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Riflessi di natura umana e divina nelle acque di un lago - (parte I)

Le Lac (Il Lago - Alphonse de Lamartine, 1820) “Propizie ore, fermatevi! Tempo devastatore,


il volo tuo trattieni!
Lasciateci godere il fugace sapore
dei giorni più sereni!

Tante anime infelici v’implorano; abbreviate
ad esse vita e noia;
per loro dileguatevi rapidi e risparmiate
chi invece è nella gioia!

Ma inutilmente io chiedo qualche momento ancora,
fugge il tempo, e si perde;
io supplico la notte “Va più lenta” e l’aurora
già la notte disperde.

Amiamo, dunque, amiamo! E l’ora fuggitiva
godiamo senza indugio!
Noi passiamo, ed il tempo trascorre senza riva,
l’uomo non ha rifugio!”

Questi versi sono estratti dalla poesia di Alphonse de Lamartine (1790 – 1869) “Le Lac” (Il Lago), una delle opere che più ho amato studiando il romanticismo francese e in cui, vista con gli occhi di oggi attraverso gli insegnamenti della cultura Indovedica, riconosco il graduale processo di trasformazione avvenuto in me, così come nell’autore attraverso le sue opere più tarde, nel vivere ed esprimere le proprie emozioni. Simili a ondate tumultuose così ben traducibili in “Sturm und Drang” (letteralmente tempesta e impeto), nome che designa quel movimento letterario e artistico tedesco della seconda metà del XVIII sec., che accolse i fermenti di una gioventù ribelle all’ordine sociale esistente e ai rigidi schemi razionalistici imposti dall’Illuminismo. Tra gli autori più importanti dell’epoca, ritroviamo quella grande personalità che fu Wolfgang Goethe. Goethe diede nuovo impulso alla letteratura del suo tempo, riponendo al centro la relazione tra l’essere umano e la natura (quindi il creato con ogni forma vivente e Dio); un movimento artistico che riportava in luce il valore dei sentimenti sino all’esaltazione dell’individualismo, nel tentativo di rovesciare il culto illuminista del Razionalismo, dando vita al preromanticismo mentre traeva ispirazione dal naturalismo di Jean Jaques Rousseau. Rousseau aveva posto al centro “lo stato di natura” dell’uomo; natura che consisteva nell’insieme delle facoltà umane e intellettive proprie dello stato originario dell’essere umano e che, invece, secondo l’autore, risultavano sistematicamente corrotte dai condizionamenti della società e della cultura. Da «Emile ou de l’education» (J. J. Rousseau): “Tout est bien, sortant des mains de l’Auteur des choses; tout dégénère entre les mains de l’homme ".
Traduzione: « Tutto è bene quando esce dalle mani dell’Autore delle cose; tutto degenera nelle mani dell’uomo”.

Ho trovato molto interessante la seguente riflessione di Carl Gustav Jung, in merito alla visione di Rousseau:
[…] La natura, dunque, ci indica il percorso da seguire per giungere al mistero dell’origine della creazione, elevando l’uomo e la sua moralità oltre il conflitto dei ciechi istinti e l’antagonismo delle tendenze elementari delle forme organiche inferiori […] (tratto da “Tipi Psicologici”). Come non riconoscervi i principi fondanti della filosofia Samkhya, che ben descrive i triguna (energie strutturanti della materia) che condizionano i sensi e la psiche dell’essere umano e al di sopra delle quali è possibile elevarsi solo tendendo verso il Divino?

Ritornando alla poesia “Le Lac”, ritroviamo in Lamartine una forma idealizzata d’amore, fragile tanto quanto la natura umana. Nell’opera “Les Meditations” (di cui Le Lac è un componimento), il sentimento rivolto alla donna amata – Elvira – non tende all’esaltazione del piacere dei sensi, bensì é fondato sulla contemplazione e adorazione, tanto da essere paragonato a quello di Dante per Beatrice o di Petrarca per Laura. In questa poesia, Lamartine lascia però emergere tutta la sua inquietudine, in contrapposizione a quello stato di beatitudine peculiare a chi vive l’Amore nella forma più pura; la causa è la paura che tutto possa cessare, rivelandosi una fugace illusione. Ecco che l’autore esorta ad affrettarsi e approfittare del momento presente nel tentativo di resistere a un destino ineluttabile: “Amiamo, quindi amiamo! Affrettiamoci e gioiamo dell’attimo fuggente!”
In questa poesia, Lamartine rivela la sofferenza causata dalla morte prematura della sua giovane amata; il lago e la natura sono divenuti il luogo di rifugio dove ricordare i momenti felici passati, e sulle cui sponde ora siede solo. Tali emozioni struggenti sono simbolo romantico della fusione tra l’essere umano e la natura, a cui confidare i propri sentimenti perché in grado di accoglierli e custodirli, senza riuscire ancora a penetrare la Realtà oltre al mondo apparente che lo circonda. E’ proprio attraverso questo dialogo con la natura, a cui rivela i suoi “mouvements de l’âme”, che riuscirà ad accedere a quella dimensione metafisica in cui trovare soluzione alla tragedia umana. Un’elevazione dal mondo fenomenico che consente di riconnettersi alla propria origine ontologica.

Questa forma di romanticismo, così coinvolgente e umanamente comprensibile, cela in verità delle insidie, perché conduce l’essere umano a sprofondare nell’abisso di un sentimentalismo cupo, dove l’angoscia e la tristezza rischiano di divenire dominanti, quali esito opposto all’apparente felicità dapprima sperimentata. Questa è la natura duale del mondo terreno, rivelata dall’antica filosofia e spiritualità dello Yoga che altresì dispiega davanti a noi un orizzonte di senso in cui riconoscersi e credere con speranza, fiducia e fede.
Tutto ha un inizio e una fine, illudersi che in questa esistenza incarnata ogni cosa materiale rimanga immutata nel tempo, è causa di delusione e sofferenza. Soprattutto, quando si cade nel grave errore di identificazione nel nostro corpo e in quello di coloro che amiamo.

Studiando la Psicologia del Samkhya e gli Yoga Sutra di Patanjali, è stata una rivelazione scoprire quanto i panca klesha – le cinque categorie dei condizionamenti – abbiano influenzato anche l’espressione poetica di Lamartine:

  • Avidya: la non conoscenza della propria natura ontologica (vidya, al contrario, è la consapevolezza della propria natura spirituale)
  • Asmita: l’identificazione con il proprio corpo, i ruoli e tutto ciò che riveste l’io storico
  • Raga (attrazione) e Dvesha (repulsione): sono l’archetipo di tutte le coppie di opposti (dvanda), destabilizzatori delle nostre emozioni e relazioni
  • Abhinivesha: la paura della morte. A causa dei radicati attaccamenti, immedesimazioni con il corpo e false identificazioni, aver paura di morire è un condizionamento atavico che genera sofferenza e quando la morte sopraggiunge, coglie la persona completamente impreparata.

Mi sono soffermata a riflettere su quanto l’uomo possa giungere ad amplificare ancor più la propria sofferenza, a causa della non conoscenza, oltre alle afflizioni di questa esistenza incarnata e rendendo vana ogni opportunità di risveglio spirituale nell’attraversarla; in assenza di una comprensione metafisica che trascenda la realtà materiale per penetrare ed esplorare la dimensione dell’anima non vi è luce per schiarire le tenebre dell’inconscio.

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